Una notte a New York

Christy Hall

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Una Notte a New York, il film diretto da Christy Hall, si svolge a bordo di un taxi. Una giovane donna sale sull’auto guidata da Clark che dall'aeroporto JFK di New York la deve portare a Manhattan. Lei appare tesa, e i due iniziano una conversazione leggera, sembrano le solite chiacchiere superficiali che si fanno tra tassista e cliente.
DATI TECNICI
Regia
Christy Hall
Interpreti
Dakota Johnson, Sean Penn, Marcos A. Gonzalez
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Christy Hall
Fotografia
Phedon Papamichael
Montaggio
Lisa Zeno Churgin
Distribuzione
Lucky Red in collaborazione con Leone Film
Nazionalità
USA

Presentazione e critica

Sulla cresta dell’onda per la sceneggiatura del controverso film di grande successo It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, Christy Hall sorprende debuttando alla regia con una storia di tutt’altro genere. Una notte a New York nasce inizialmente come pièce teatrale mai portata in scena, che finisce nella black list delle sceneggiature non prodotte più interessanti, finché Hall, con una produzione indipendente sostenuta da Dakota Johnson, non decide di portarla al cinema in prima persona. Daddio (il titolo originale, meno generico dell’italiano, si riferisce al “paparino” con cui la protagonista ha una storia, in slang “Daddy-o”) si svolge in tempo reale, con due soli protagonisti, un tassista e una passeggera, durante una corsa notturna dall’aeroporto J. F. Kennedy di New York a Midtown Manhattan, (circa 25 chilometri), un po’ la Fiumicino – Roma americana, a tariffa fissa, un tragitto che si prolunga a causa di un incidente lungo il percorso. Lei, una giovane programmatrice di computer che appare bella, spigliata e sicura di sé, ma anche distratta e angosciata da qualcosa, scambia messaggi di testo con quello che presumiamo sia il suo compagno. Mentre il taxi prosegue la sua corsa, il guidatore inizia una conversazione banale con la sua passeggera, che sembra quasi un tentativo di flirt a cui lei risponde a tono, finché un blocco del traffico a causa di un incidente fa scendere il vetro che li separa e i due iniziano a raccontarsi cose sempre più intime, in una specie di gioco, che forse cambierà entrambi.

A tratti la storia scritta da Hall fa pensare a un thriller, soprattutto vedendolo da un punto di vista femminile: una bella ragazza sola si ritrova in uno spazio ristretto in compagnia di un uomo scafato, basico e volgare, che la interroga su cose che nessuno che la conosce le chiederebbe mai direttamente. Cosa vorrà da lei? Ci sta provando? Perché a tratti ci sentiamo a disagio? Lei però gli tiene testa, riesce a sviare il discorso quando non vuol rispondere ma sta al gioco, in una tensione erotica che si crea tra due adulti soli e a stretto contatto. Nei momenti di silenzio risponde ai messaggi di testo a sfondo sessuale dell’amante, che le chiede (e le manda) immagini intime e che sembrano a tratti causarle fastidio. Il tassista le rivela le sue storie di maschio alfa e la sua sbrigativa filosofia dei rapporti tra uomo e donna, mettendo al tempo stesso a nudo l’ingenuità di lei, aggrappata a un’idea d’amore romantica e infantile, alla ricerca di un sostituto del padre che non l’ha amata.
E’ un dialogo a tratti perfino brutale quello tra i due, senza peli sulla lingua, che dopo le iniziali reticenze scava a fondo nei personaggi, e lo si segue, proprio come fosse un thriller, col fiato sospeso, senza sapere cosa aspettarsi. E’ brava Christy Hall a tenerci avvinti alle parole, quelle che (a molti di noi è capitato) diciamo a una persona che non conosciamo e che non rivedremo mai più, incuranti del suo giudizio (in fondo, pensi di me quello che vuole, non mi conosce). In un film che esalta il valore delle connessioni umane, del dialogo e dell’apertura mentale in un mondo sempre più chiuso e in conflitto, in cui ognuno è arroccato sulle sue posizioni e parla solo con chi la pensa allo stesso modo, ha grandissima importanza l’idea di uno scambio alla pari sul terreno di una comune umanità. Anche gli antipodi, a volte, finiscono per toccarsi. Sean Penn giganteggia nel ruolo del sedicente Clark: nei suoi occhi si legge un mondo e si capisce che è un ruolo che gli è piaciuto moltissimo interpretare. Una bella performance offre anche Dakota Johnson, qua bionda ed estremamente seducente, anche se non ha ancora del tutto imparato a tenere a freno certi manierismi (come toccarsi e mordersi le labbra), più adatti al suo ruolo nei film della serie Cinquanta sfumature. Ecco, Una notte a New York di sfumature ne ha davvero parecchie e soprattutto lascia che sia il pubblico a riflettere e trarre le sue conclusioni: se non è un capolavoro, per un’opera prima è già un ottimo risultato.

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Ormai notte e una giovane donna, ripresa in ralenti con un breve carrello in avanti, esce da un aeroporto che si scoprirà poi essere il JFK di New York. Una volta all’esterno, sale in un taxi che la condurrà nel proprio quartiere, quello di Midtown. Dopo qualche attimo di silenzio, tra la donna e il tassista inizia una conversazione che abbraccerà l’intero arco narrativo del film.

Raccontato limitandosi alla trama, l’esordio alla regia di Christy Hall potrebbe sembrare banale, mentre “Una notte a New York” (titolo originario: “Daddio”) presenta svariati elementi d’interesse. Nata come testo teatrale, la sua sceneggiatura ha assunto un corpo filmico grazie alla scelta di due interpreti (Dakota Johnson, nel ruolo di Girlie e Sean Penn in quello di Clark) decisamente ispirati, ma soprattutto alla coinvolgente sintassi delle inquadrature. In linea generale, infatti, è quando i personaggi di un dramma sono costretti all’immobilità fisica che emergono più prepotentemente le differenze tra un’opera teatrale e una filmica, proprio grazie al variare nella seconda del senso della distanza tra lo spettatore e gli attori. Così, laddove in un testo teatrale regna incontrastata la parola, in quello filmico entra in gioco la posizione della macchina da presa. Nello specifico, poi, mentre delle qualità attoriali di Sean Penn, il volto inquieto del sogno americano (“Mystic River” di Clint Eastwood, 2003), non abbiamo mai dubitato, è la performance di Dakota Johnson a stupirci positivamente: la sua mimica facciale esprime molte più gradazioni del film che l’ha imposta sul grande schermo (“Cinquanta sfumature di grigio“, 2015). Sì, perché fin da subito l’attenzione alle espressioni dei volti dei due protagonisti ci dice che non è un film banale di cui possiamo intuire il finale dopo una quindicina di minuti.(…)

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