Mitsuhiro Mihara

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
L’incipit è quasi folgorante, eppure morbido e mai nemmeno lontanamente aggressivo.
Siamo in una piccola cittadina poco distante da Hiroshima (e la cosa avrà il suo peso), un posto che sembra quasi lo stesso in cui è ambientato Ponyo, però reale. E lì entriamo piano piano in un laboratorio dove un uomo un po’ anziano e una donna più giovane, che scopriremo essere padre e figlia, stanno preparando in silenzio e con grande cura del tofu.
Attenzione, però, perché non c’entrano programmi come Linea verde o similari: quelle scene di artigianato alimentare, che pure ricordano vagamente certe preparazioni del Gusto delle cose, stanno lì non per il tofu in sé, non per una questione di identitarismo gastronomico, ma a simboleggiare qualcosa di più complesso e sfumato.
Da un lato, evidentemente, che questo film di Mitsuhiro Mihara tratta il cinema, cura il cinema, crea il cinema con la stessa attenzione e la stessa delicatezza che questi due protagonisti hanno nei confronti del tofu. Da un altro, che la testarda convinzione con cui padre e figlia portano avanti una lavorazione forse antistorica, sicuramente opposta alle dinamiche imperanti del capitale, se non altro per il rifiuto della fretta e per l’imperativo qualititativo, è qualcosa che va oltre lo specifico di un alimento e che finisce per avere a che fare con il sentimento, e magari anche con l’antropologia. Il padre è burbero e scontroso, ma buono e in fondo fragile. La figlia silenziosa e paziente. Ha cinquant’anni, lei, un matrimonio finito male alle spalle. Spinto da una comica combriccola di amici che si ritrova dal barbiere locale, e complice qualche malanno di salute, l’uomo si fa convincere a mettere su una specie di casting per trovare un nuovo possibile marito della figlia, mentre in parallelo incontra a sua volta una donna gentile e interessante. Ovviamente niente andrà come deve andare, o forse esattamente il contrario.
Tofu in Japan – La ricetta segreta del signor Takano guarda a Ozu e pure a Miyazaki, con una spolverata del Kore-eda di Father and son a condire il tutto. Parla di famiglia, di amore, di amicizia; parla del peso della storia giapponese sulla vita delle persone, e di quello di una cultura nella quale dovere, dignità e riservatezza rischiano di creare barriere personali e sentimentali: senza mai calcare la mano, mescolando gli ingredienti narrativi con un’attenzione semplice e meticolosa assieme.
Quello di Mihara è un dramma travestito da commedia lieve, che non disdegna incursioni nel comico; come si dice nel film, parlando del tofu realizzato dal protagonista, “ha una buona tessitura, è morbido e un po’ dolce […] e resta una leggera nota di amarezza”.
Buon appetito.
“Dobbiamo vivere per guardarci indietro e ridere dicendo: ‘Ho vissuto davvero e sono stato felice'” è il mantra del protagonista principale di questa storia, il Signor Takano, che da oltre mezzo secolo ogni mattina in una piccola bottega di Onomichi, nella prefettura di Hiroshima, si dà da fare per produrre il suo prezioso tofu insieme all’unica figlia, Haru, che vive con lui dopo essersi separata dal marito. Un rituale fatto di piccoli gesti e precisione, che si ripete tutti i giorni per tramandare una vecchia ricetta di famiglia: quando le prime luci dell’alba si allungano sulle case mute del villaggio, padre e figlia iniziano con meticolosa dedizione a preparare il tofu destinato ai supermercati della zona o a essere venduto ai clienti abituali del negozio, non all’estero però.Per nessun motivo infatti il signor Takano lo permetterebbe, mantenere il controllo sulla qualità è una questione vitale. Ma non è la sua unica preoccupazione: Takano ha ormai deciso che per Haru è giunto il momento di trovare un nuovo compagno. Nell’impresa a tratti rocambolesca lo aiuterà la sua buffa cerchia di amici, proprietari dei negozietti che popolano la stessa strada; la ricerca di un partner per Haru diventerà la loro missione, ma si rivela ben presto fallimentare. Negli stessi giorni intanto durante una visita di controllo in ospedale, Tatsuo conosce Fumie Nakano, una donna sua coetanea che come lui dovrà sottoporsi a un delicato intervento chirurgico.Il film che Mihara Mitsuhiro ci regala è proprio come il tofu del signor Takano: “ha una buona tessitura, è morbido e un po’ dolce”, un microcosmo sospeso tra gli echi del disastro nucleare su Hiroshima, che avrebbe segnato per sempre il paese e un’intera generazione di figli, e la spinta sempre più irruenta della modernità. L’elemento culinario è solo una metafora per raccontare l’eterno conflitto tra il vecchio e il nuovo e il sapore del tofu rappresenta la loro combinazione perfetta. La forza di Tofu in Japan. La ricetta segreta del signor Takano risiede soprattutto nella sua levità: da un lato commedia leggera, dall’altro elegia sul senso della vita con al centro tematiche come lo scontro generazionale e l’esplorazione del delicato equilibrio tra conservazione delle tradizioni e apertura al cambiamento nel Giappone contemporaneo, ma anche sul tempo, la memoria storica e l’eredità culturale.
Nel ruolo dell’appassionato maestro di tofu Fuji Tatsuya, artefice di un’interpretazione che fa dei silenzi e della sottrazione la sua cifra stilistica e un inno alla gentilezza e ad un ritrovato senso dell’umano. Prendendo in prestito la poesia delle piccole cose, Mihara Mitsuhiro firma una perfetta favola contemporanea sul senso della vita. La grazia della semplicità e lo scontro tra vecchio e nuovo nel Giappone contemporaneo diventano il viatico per una riflessione più ampia sul tempo che passa e l’importanza della memoria collettiva da custodire gelosamente proprio come il prelibato tofu del protagonista principale