Piccole cose come queste

Tim Mielants

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È il 1985, nel periodo che precede il Natale, in una piccola città della contea di Wexford, in Irlanda. Bill Furlong lavora come commerciante di carbone per mantenere se stesso, sua moglie e le sue cinque figlie. Una mattina presto, mentre consegna carbone al convento locale, fa una scoperta che lo costringe a confrontarsi con il suo passato e con il silenzio complice di una città controllata dalla chiesa cattolica.
DATI TECNICI
Regia
Tim Mielants
Interpreti
Cillian Murphy, Emily Watson, Amy De Bhrún, Joanne Crawford, Eileen Walsh, Abby Fitz, Ian O'Reilly, Cillian O'Gairbhi, Liadan Dunlea, Clare Dunne, Michelle Fairley
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Enda Walsh
Fotografia
Frank van den Eeden
Montaggio
Alain Dessauvage
Musiche
Senjan Jansen
Distribuzione
Teodora Film
Nazionalità
Irlanda, Belgio

Presentazione e critica

Nel sud dell’Irlanda, a metà degli anni ottanta, Bill Furlong è un venditore di carbone a cui serve una lunga sessione di pulizia con il sapone per togliersi di dosso il nero del mestiere quando torna a casa la sera. Lo fa con piacere prima di poter abbracciare le cinque figlie e la moglie, così come con piacere aiuta chiunque altro in paese, specialmente ora che è quasi Natale. Ma nel convento dove consegna il carbone Bill vede come le suore trattano le ragazze che hanno “in cura”, e un giorno cerca di soccorrerne una, Sarah, che gli ricorda molto la madre scomparsa quando era bambino.

Lo scandalo delle Case Magdalene, istituti religiosi in Irlanda che attraverso il secolo scorso sono stati teatro di abusi nei confronti di ragazze e giovani madri, ha già trovato esposizione cinematografica in film come Magdalene di Peter Mullan (Leone d’oro a Venezia) e Philomena di Frears. Ma nel 2021 il successo del romanzo breve di Claire Keegan Small things like these ha di nuovo attirato l’interesse del grande schermo, con Cillian Murphy in veste di produttore che nell’adattare la storia si ritaglia anche il ruolo di protagonista.
Al primo snodo di una nuova fase della sua carriera, quella del post-Oppenheimer, il magnetico attore irlandese sfrutta un po’ di quella visibilità globale per aiutare una piccola opera di straordinaria intimità e ammirevole precisione della messa in scena.

Non epopea di sopravvivenza attraverso gli anni per le vittime, né sguardo storico postumo sugli effetti della vicenda; la regia del belga Tim Mielants è un’essenziale parabola natalizia, che nella sua brevità coglie il profondo di un singolo istante: quello in cui una persona come tante si chiede se sia davvero possibile far finta di non vedere cosa accade nel convento in fondo alla strada del paese, in cui le ragazze sono tenute nascoste e trattate come prigioniere.
La persona in questione è il carbonaio Bill, un personaggio definito dalle superfici: quella ruvida del cuoio sulle spalle della sua giacca, spesso in primo piano con i solchi profondi scavati dalle sacche di carbone trasportate ogni giorno. E poi quella – per fortuna solubile – della polvere scura che si porta sempre addosso, con cui alla sera intraprende una personale guerra di trincea per impedirgli di fare breccia nell’idillio domestico con le adorate figlie.

Di momenti così è costellato il film, pieno di ritorni e ripetizioni sugli stessi luoghi, che danno un senso di grande economia del racconto e al tempo stesso di oppressione, perché Bill non sa togliersi dalla testa ciò che ha visto, nonostante tutti (compresa sua moglie) gli dicano di farsi gli affari propri e di non disturbare chi ha un potere così egemonico.
Ottimo esempio di quel tipo di cinema che sembra ormai desueto – il film drammatico di medio budget non spettacolarizzato e che nutre una certa stima verso i suoi spettatori, Small things like these si rivela un’opera di pregevole fattura grazie alle mani sicure di Mielants (che veniva dal buon esordio di Patrick e che si è costruito una carriera televisiva di livello lavorando anche con Murphy su Peaky Blinders) e dell’autore teatrale Enda Walsh, che cura la sceneggiatura.
Pur scegliendo un tono sommesso e una chiave minore, i due si concedono anche l’equivalente di una scena madre, con la lunga sequenza centrale della visita al convento, al cospetto di una glaciale Emily Watson. Negli occhi di Bill, che tendono a sfuggire lo sguardo, non ci sarà il gusto per una folgorante epifania drammatica ma c’è sicuramente la limpida certezza di certe scelte inevitabili.

 

Mymovies

Il dramma delle “Magdalene Laundries” (o “Case della madre e del bambino”) è una delle pagine più buie della storia d’Irlanda (e d’Europa): fino a poco meno di trent’anni fa (al 1996-98), si stima che oltre trentamila ragazze irlandesi furono schiavizzate con “il placet” del governo statale e le sovvenzioni della chiesa cattolica. L’obiettivo (si fa per dire) era rieducare le cosiddette “fallen women”, quelle donne che avevano perso la loro innocenza, attraverso violenze psicologiche, umiliazioni, abusi e sfruttamento di ogni tipo. Molte famiglie irlandesi chiedevano loro stesse che le figlie fossero rinchiuse. È ciò che accade, per esempio, a Margaret, una delle protagoniste di “Magdalene” – il film Leone d’oro nel 2002 di Peter Mullan -, colpevole di essere rimasta incinta fuori dal matrimonio perché stuprata dal cugino. Azione emotiva della pellicola è chiusa in una fotografia cupa, tra offuscamenti, non-fuoco e primissimi piani che inglobano e raccordano la luce domestica.

Oltre l’abitazione di Bill, oltre il convento, a fare da protagonista, è la neve, la nemesi di ogni scrittore e scrittrice irlandese. Se in “Eveline” la neve identificava la paralasi interiore, nel romanzo di Keegan, al contrario della protagonista del racconto di Joyce, Bill reagisce alla stasi. L’elemento epifanico è diffuso gradualmente nel percorso narrativo, l’alternanza dei flashback trasforma, in questo senso, l’analessi in prolessi: Bill trova nel passato ciò che lo spingerà ad agire nel presente. Il regista Tim Mielants, al suo terzo lungometraggio, asseconda la narratologia di Keegan, fatta di lunghi dialoghi e inneschi improvvisi. I modelli della scrittrice – anzitutto Cechov e Carver -, riflettono molte scelte cinematografiche: da un lato, i lunghi movimenti di camera che scandagliano il profilmico fino a stringere l’inquadratura su un particolare, di un oggetto o di un soggetto, cioè di un volto – quelle “piccole cose” del titolo che rimandano a Carver; dall’altro, le sequenze in cui Bill guarda dall’interno della carbonaia la ragazza costretta dalla madre a entrare nel convento, o, ancora, il momento in cui Bill stesso entra nella struttura per farsi pagare e una ragazza di nascosto lo prega di portarla via da lì, formano un puzzle tensivo che imploderà lungo tutto il corso della vicenda, a crescere, fino all’epilogo. Insomma, quella geometria diegetica – “esplosione esteriore” che provoca “tormento interiore” – tanto presente nei racconti di Cechov. Non solo: nella storia di Keegan troviamo anche quel senso di giustizia morale dei più bei racconti di Gogol: da qui, arriva la frase di Eileen – “per andare avanti nella vita, a volte bisogna ignorare qualcosa”, e la scelta di Bill di disobbedire. Nel romanzo dice: “era possibile dirsi cristiani senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com’erano?”. a messa in scena polifonica del regista belga restituisce in gran parte il sottosuolo emotivamente conflittuale del romanzo, i suoi infiniti punti di vista. Dalla finta soggettiva che ci mostra la nuca di Bill mentre guida il camion, alle dissolvenze incrociate, ai controcampi rallentanti tra Bill e suor Mary (la direttrice del convento), o, ancora, la scelta di cristalizzare le ombre sul volto di Murphy mentre, fuori campo, le voci della madre superiore e di Sarah (una ragazza chiusa nel convento) aumentano l’intesità del tono musicale, apparentemente diegetico. Fino, poi, alla camera a plongeé che fotografa le mani di Bill mentre quest’ultimo le lava dal carbone, dal passato, a cui però non riesce a sfuggire.

 

 

Ondacinema

Piccole cose come queste è un film a cui bisogna dare fiducia. Scorre lento, non ha colpi di scena o improvvisi capovolgimenti di fronte. Nonostante la sua durata contenuta (96 minuti), la pellicola diretta da Tim Mielants ha l’incredibile potere di catturarci e portarci in una dimensione narrativa da cui si esce solo ai titoli di coda. È difficile distrarsi, anche con i dialoghi ridotti al minimo sindacale e i movimenti di camera che sono per lo più essenziali e semplici, mai esasperati. Il racconto della routine di Bill viene spezzato dai numerosi flashback che ci fanno conoscere meglio il suo passato, facendoci capire quanto il segreto che ha casualmente scoperto nel convento lo riguardi da vicino e sia per lui impossibile ignorarlo.

Il film non documenta la vicenda delle Case Magdalene, ma si interroga su una questione morale: in quegli anni molti irlandesi erano al corrente di ciò che succedeva all’interno degli istituti, ma decisero di far finta di non sapere. «Per andare avanti nella vita, certe cose bisogna ignorarle» dice Eileen a suo marito Bill. Ma Bill sceglie di non ignorare, si scontra in prima persona con la cattiveria di Suor Mary, interpretata magistralmente da Emily Watson e premiata con l’Orso d’Argento a Berlino, e con le possibili ripercussioni che i suoi gesti possono avere. Cillian Murphy in questo film rinfresca a tutti la memoria sul perché abbia vinto un Oscar, interpreta un uomo semplice che sceglie di fare la differenza. La differenza la farà anche questo film che, sgomitando nella programmazione natalizia, sveglierà le coscienze degli spettatori.

 

Vanityfair