Delphine Coulin, Muriel Coulin

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Pierre è un ferroviere cinquantenne che sta crescendo da solo, dopo la morte della moglie, i due figli. Louis, il minore, ha finito gli studi superiori e può lasciare Villerupt per studiare nella non economica Parigi. L’altro, Fus, gioca a calcio, ha una competenza da metalmeccanico e si sta pericolosamente avvicinando a gruppi di estrema destra dei quali condivide le idee e le modalità di azione. Pierre ha tutt’altri ideali e si trova in difficoltà a gestire il rapporto con il figlio. Delphine e Muriel Coulin scrivono e dirigono un film in cui il femminile è solo apparentemente assente.
Non c’ è un solo personaggio femminile che abbia rilievo in questo film. Questo vale da un punto di vista relativo alle presenze. Perché invece c’è un’assenza che pesa sul nucleo familiare. È quella di una moglie/madre scomparsa prematuramente lasciando tre figure maschili (due delle quali in crescita) a convivere e a confrontarsi. C’è un elemento che assume valore simbolico in un film in cui il protagonista viene mostrato più volte al lavoro. In particolare in un’immagine in cui avanza, con torcia in mano, di notte, sui binari dell’area ferroviaria presso cui è impiegato. Il buio ideologico che sta progressivamente avvolgendo Fus potrebbe essere vinto dalla fiamma degli ideali che il padre ha sempre sostenuto (anche se ora non è più in prima linea) offrendo ai propri figli dei binari che credeva potessero impedire deragliamenti. Non è andata così ed ora Pierre si trova a dover gestire la relazione con un figlio che continua ad amare ma del quale respinge amicizie e comportamenti. Vincent Lindon (un nome che costituisce una garanzia di serietà di scelte nel cinema francese) dà al suo personaggio tutte le caratteristiche di un padre che scopre di essere impotente dinanzi a sirene ideologiche e a slogan di facile presa che aprono tra Pierre e Fus varchi sempre più incolmabili.
È un film sulla difficoltà, quando non è addirittura impossibilità, di un dialogo che vede entrare, nella naturale dinamica della necessità di distacco dalle figure parentali propria dell’adolescenza, il veleno di un’ideologizzazione pervasiva che vede l’altro non come avversario con cui dibattere ma piuttosto come nemico da sconfiggere. Anche quando si tratta del proprio genitore al quale non si è smesso, seppure in modo estremamente confuso, di voler bene. In questo contesto la figura di Louis, il fratello minore, avrebbe potuto risultare di semplice contorno. Invece viene cesellata con cura mostrando al contempo vicinanze e distanze, sia con il fratello che con il padre, a cui è difficile offrire sempre una conciliazione. Si tratta di un’ulteriore riprova della capacità del cinema d’Oltralpe di affrontare, con partecipazione non disgiunta da verosimiglianza, tematiche sociali di stretta attualità senza trasformarle in pamphlet o in melodrammi a tinte fosche.
Un dramma familiare intenso e attuale, il Noi e loro delle sorelle Muriel e Delphine Coulin arriva in sala dal 27 febbraio dopo l’anteprima mondiale alla 81. Mostra del Cinema di Venezia, dov’è stato premiato con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile al protagonista Vincent Lindon. Pierre, ferroviere di mezza età, è un padre vedovo alle prese con due figli assai diversi tra loro. Se Louis, il più giovane, sta per lasciare casa e trasferirsi a Parigi, dove frequenterà l’Università, Fus, sempre più sedotto dalla violenza, comincia a militare in un gruppo di estrema destra, in antitesi con i valori che suo padre gli ha sempre insegnato. Amore e odio si intrecciano tra le mura domestiche fino a che una tragedia non cambierà per sempre la vita della famiglia.
Tratto dal romanzo di Laurent Petitmangin, Quel che serve di notte, il film delle sorelle Coulin, che ha consegnato a Vincent Lindon la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, parte da una domanda: può un genitore continuare a riconoscere e amare un figlio anche nel caso in cui questi abbracci idee diametralmente opposte alle sue? Noi e loro è una storia di famiglia, ma anche di convinzioni politiche, vergogna e riconciliazione e la parabola di un uomo e dei suoi figli condensa quella di un’intera nazione, dove la totale sfiducia nel futuro spinge i giovani ad abbracciare idee pericolosamente radicali. Le registe esplorano l’impatto di questo fenomeno in un contesto famigliare costruendo un dramma teso, denso e profondamente etico, che affronta la difficoltà di essere padre, ma anche cittadino in un Paese dove la violenza è la soluzione più ovvia a ogni conflitto. Lindon esprime anche con un solo sguardo tutto l’amore e la frustrazione di un genitore smarrito e le interpretazioni di Benjamin Voisin e di Stefan Crepon aggiungono verità a una storia di drammatica attualità.
Jouer avec le feu, dice il titolo originale, cioè “gioca con il fuoco”. Pierre non ci gioca, con il fuoco: lo accende per lavorare, di notte, muovendosi lungo i binari delle ferrovie. È una “torcia umana”, Pierre, la luce che guida i treni che lavorano mentre la città dorme. E mentre Fus, il primogenito di Pierre, balla tra altre luci, meno definite e comprensibili, seguendo un flusso caotico, forse alla ricerca di un quale ordine. È un operaio prossimo alla pensione, Pierre (Vincent Lindon, premiato alla Mostra di Venezia con la Coppa Volpi, è, al solito, poderoso: chi come lui sa portare addosso i segni del tempo senza trucchi o furbizie?), è rimasto vedovo presto e ha cresciuto i due figli in una grande casa di periferia che trasuda fatica. Louis, il più piccolo, sta per trasferirsi a Parigi nella speranza di entrare alla Sorbona (Stefan Crepon, bravissimo). Fus, il più grande, che tutti chiamano così da Fußball (calcio in tedesco: è un nomignolo datogli dalla madre), non ha mai completato gli studi da metalmeccanico, gioca a pallone e si sta avvicinando sempre di più a un gruppo di ultrà (Benjamin Voisin, splendido, ormai una certezza dopo Estate ’85 e Illusioni perdute). C’è qualcosa che non va in Fus e Pierre se ne accorge subito: che fare quando tuo figlio non ha i tuoi stessi valori civili e morali, quando perdi il controllo sulle sue azioni e ormai è troppo tardi?
Noi e loro (il titolo internazionale è più spiccio ma antifrastico: The Quiet Son), tratto dal romanzo Quel che serve di notte di Laurent Petitmangin, segna un deciso passo in avanti per le sorelle Delphine e Muriel Coulin, rivelate nel 2011 con 17 ragazze e inattive nella fiction da otto anni ( Voir du pays; la loro cosa più recente è Charlotte Salomon, la jeune fille et la vie, doc sulla breve e tragica vita della pittrice). Un passo in avanti perché, con rigore e misura senza rinunciare a sensibilità e emozione, riescono a muoversi abilmente su più piani.
Quello familiare, anzitutto: al di là della precisione descrittiva degli ambienti (la casa così credibile, dal tavolo allungabile al divano consumato) e delle relazioni nel profondo della provincia francese (il pub, lo stadio, il dopolavoro), è interessante che siano due donne a raccontare un microcosmo maschile senza ricorrere a sociologismi sulla mascolinità contemporanea o a rudimenti psicanalitici per rappresentare i rapporti tra padre e figli.
C’è, piuttosto, la capacità di mettersi accanto al dolore, che non vuol dire eludere i giudizi sulle azioni – soprattutto quelle più ripugnanti – ma entrare nei solchi che scavano i volti, nelle ferite mai rimarginate, nelle lacrime che cadono all’improvviso. E lasciare, così, che siano i personaggi stessi a vivere la parabola e non le autrici ad assecondare un progetto programmatico in cui dare precedenza alla tesi. Ed è, appunto, sul piano politico e sociale che funziona bene – e si fa schiettamente popolare – trovando forza nella sua elementarità, con il conflitto tra padre e figlio che trascende la politica e ricade nel quotidiano: il meticciato che sta alla base della nazione contro la xenofobia, la consapevolezza delle radici (“Lo sai come siamo, un giorno siamo tedeschi, un giorno siamo francesi”) contro la pulizia etnica, la rete sociale dei lavoratori contro quella che Pierre chiama “feccia” (Fus si fa tatuare una croce celtica e la minimizza quale “tribale”). Le Coulin non tengono separate le due linee, anzi le intrecciano e le sovrappongono perché l’una è complementare all’altra.
E così Noi e loro diventa il film indispensabile in questa Europa sempre più nera, non solo per resistere alla violenza e ammonire sulle recrudescenze di destra ma anche per affrontare le grandi tematiche su cui si edifica la società: fare conti con i traumi che portano a polarizzarsi, credere nella giustizia, trasformare la vergogna in riconciliazione. Certo, la deposizione in tribunale è un po’ retorica, ma, insomma, anche i “messaggi” hanno bisogno di spazio.