La città proibita

Gabriele Mainetti

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Cina, 10° Secolo, tarda dinastia Tang. Sullo sfondo del Chong Yang Festival, le faide familiari tra l'Imperatore Ping, l'Imperatrice Phoenix e i loro figli, il Principe Jai e il Principe Wan, si intrecciano con le vicende della famiglia di Jiang, il medico di corte, e con il tentativo di rovesciare il trono della Famiglia Imperiale da parte di un esercito ribelle.
DATI TECNICI
Regia
Gabriele Mainetti
Interpreti
Enrico Borello, Yaxi Liu, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Shanshan Chunyu, Luca Zingaretti
Durata
135 min.
Genere
Azione
Sceneggiatura
Zhang Yimou, Wu Nan, Bian Zhihong
Fotografia
Zhao Xiaoding
Montaggio
Cheng Long
Musiche
Shigeru Umebayashi
Distribuzione
PiperFilm
Nazionalità
Italia
Anno
2025

Presentazione e critica

Era il 2015, ma sembra ieri. Sono passati dieci anni da quando è uscito Lo chiamavano Jeeg Robot, conquistando lodi e affetto da parte di critica e pubblico. Sembra ieri, perché nel mezzo c’è stata una pandemia che ha appiattito tutto e ha pregiudicato qualunque possibile riflessione sull’opera successiva di Gabriele Mainetti (Freaks Out), ma anche perché l’aura di freschezza e novità di quel film ce lo fa percepire, ancora oggi, come qualcosa di ancora nuovo. Un nuovo di cui il cinema italiano aveva e ha bisogno, che è ancora Mainetti a proporci con La città proibita, che torna all’immediatezza del suo esordio, per realizzare qualcosa di grandioso, ambizioso, a suo modo folle, eppure così dannatamente caldo, immediato, diretto. Come il grande cinema popolare deve saper essere. Protagonista de La città proibita è Mei, una ragazza cinese che arriva a Roma avvolta nel suo alone di mistero per mettersi sulle tracce della sorella scomparsa. Una ricerca che la porta a muoversi tra i meandri della Città Eterna, che la conduce fin nella cucina del ristorante “Da Alfredo”, che il cuoco Marcello e sua madre Lorena portano avanti non senza difficoltà da quando il padre, l’Alfredo che dà nome al locale, è scomparso per fuggire con un’altra donna lasciandoli senza guida e immersi nei debiti. Quelle di Mei e Marcello sono due vite che si incrociano, due mondi che entrano in collisione, due ricerche che fluiscono in una battaglia comune che si muove in bilico tra sensazioni differenti e in un equilibrio da trovare tra vendetta e amore.

Gabriele Mainetti ci aveva già portati a Roma con il suo primo film, Lo chiamavano Jeeg Robot, ma il nuovo lavoro conferma sia la fascinazione che il regista ha per la sua città, sia lo sguardo attento e smaliziato con cui guarda l’evoluzione della sua realtà quotidiana: siamo a Roma ne La città proibita, ma guardiamo alla città e le sue dinamiche con uno sguardo nuovo, diverso e attuale. È una Roma che cambia e si adatta, che subisce la contaminazione in atto nella sua cittadinanza. O forse che si avvale di essa, ne beneficia. Non più immutabile ed eterna, appunto, ma organismo in divenire in cui si possono venire a creare dinamiche diverse, inedite, che possono dar vita a nuove prospettive e opportunità. È la stessa contaminazione di cui vive il cinema di Mainetti, che nel nuovo lavoro diventa cuore pulsante: nei suoi film abbiamo visto un eroe diventato tale per un bagno nel Tevere, mostri combattere i nazisti, suggestioni che siamo abituati a veder importate mediante il grande cinema internazionale, piuttosto che produrne di nostre. Adesso, il regista ci fa conoscere una cinese che combatte a colpi di kung fu a Piazza Vittorio. La fa sembrare tanto naturale quanto incredibile, senza forzature, senza eccessi, con una immediatezza narrativa che sussurra al cuore dello spettatore.

Mainetti si è affidato a un fight coordinator d’eccezione, il talento cinese Liang Yang che ha già lavorato con Tom Cruise, per realizzare qualcosa che nel nostro cinema probabilmente non si era mai vista, non in questi termini e farlo in modo che questo aspetto del film fosse perfettamente integrato nel racconto e nel cammino dei personaggi. Una grande naturalezza, dicevamo infatti, che dovesse emergere dalla straordinaria maestria di una danza, come le grandi scene action di questo tipo sanno essere. C’è lo spettacolo, ci sono sequenze di una complessità coreografica e di messa in scena da lasciare stupiti, ma anche una grandissima intimità dei personaggi che emerge da esse.

Ce lo insegna James Cameron con il suo Titanic, una costruzione imponente che vive del cuore pulsante della sua storia d’amore, che proprio attraverso di essa conquista e cattura le emozioni degli spettatori. Con la stessa immediatezza e semplicità, il regista ci fa legare ai suoi protagonisti, alle storie della caparbia Mei e dello smarrito Marcello, che ci guidano lungo le strade di Roma: è sul loro rapporto che si costruisce l’impalcatura emotiva de La città proibita, è l’intimità dei personaggi l’architrave che sorregge la grandiosa ambizione del suo terzo film, che ci presenta sequenze d’azione come non se n’erano mai viste nel nostro cinema, che mette in scena con lucidità un impegno produttivo importante senza che vada a fagocitare l’anima del film e della storia, ma è capace di prendere per mano lo spettatore e condurlo passo passo tra le vie del proprio immaginario, che attinge alla cultura pop, la rielabora e la fa sua.

 

Movieplayer

Non è un caso che Neo in Matrix impari subito il Kung Fu. Si tratta dell’insieme delle arti marziali nate in Cina, il cui significato rimanda subito all’abilità. È da questa parola che si deve partire per analizzare La città proibita di Gabriele Mainetti. Serve abilità per trovare un punto di incontro tra Oriente e Occidente, serve abilità per creare un ponte tra il cinema di Hong Kong e quello italiano. Anche perché la storia non ha mai concesso degli esempi memorabili. Ci vuole quindi un coraggio incredibile, un’ambizione sfrenata, per dar vita a un alieno per la nostra industria, una meteora da supportare. Mainetti sa che con la macchina da presa bisogna osare, a ogni costo. Dà vita a un’epopea mai scontata, che si muove sul confine tra realtà diverse. Si inizia dalla Cina, da due sorelle divise per la politica del figlio unico. Stacco, si arriva a oggi. Una donna scatena il finimondo all’interno di un edificio criminale. Siamo a Pechino o a Roma? È proprio questo il gioco di magia. La città proibita si muove su canoni solo all’apparenza antitetici, che qui si fanno complementari. Si strizza l’occhio a Vacanze romane con uno spensierato giro in moto, si costruisce una lady vendetta degna di una femme fatale con gli occhi a mandorla, e soprattutto si pensa a Bruce Lee, a L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente a La mano sinistra della violenza. L’iconico spadaccino monco con il volto di David Chiang sembra rivivere nella protagonista di La città proibita, che soffre, viene ferita, ma non si spezza. Si respira l’atmosfera di una working class hero che si fa baluardo del cinema popolare. E non è poco.

Ma come far convivere Paesi che si trovano a migliaia di chilometri di distanza? Come trovare una misura, una cifra stilistica, che possano portare Hong Kong a Piazza Vittorio? La risposta è semplice, ma non scontata. A fare da collante è una storia d’amore forse impossibile, in cui a vincere è proprio il cinema, in tutte le sue forme. Mainetti ci ha abituato a film controcorrente, solo all’apparenza irrealizzabili. Lo chiamavano Jeeg Robot (ci sarà mai un sequel?) dimostra che anche in Italia possono vivere i supereroi, Freaks Out era un contenitore di immaginari che non ha eguali. E La città proibita? È un tassello ulteriore nella poetica di Mainetti, in cui l’uomo comune deve scoprire nuovi talenti per sopravvivere. Inaspettato, gargantuesco, fluviale, La città proibita si spinge oltre il limite, sfida il mainstream, e si rivela un colpo di scena che riporta in auge gli anni Settanta. Prossima tappa?

Cinematografo

La tigre e il cuoco, Kung Fu all’amatriciana, Grosso guaio a Piazza Vittorio, Kill Bill all’Esquilino. Si può rinominare in tanti modi, tutti giusti, La città proibita, terzo film di Gabriele Mainetti che dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out continua a sorprendere il pubblico con un film del tutto inaspettato. La prima scena ci catapulta nella Cina rurale e ci ricorda la politica del figlio unico, per cui non era consentito avere due figlie femmine. Le giovani Yun e Mei, esperte di arti marziali grazie al padre, sono destinate a dividersi: la seconda (interpretata dalla fenomenale Yaxi Liu) cresce sempre nascosta dai genitori e una volta diventata adulta partirà alla ricerca di sua sorella, finita in un giro di prostituzione romano.

(…) Che Mainetti fosse abile a realizzare film spettacolari lo sapevamo, questa volta firma una commedia d’azione che lascia spazio al romanticismo e si diverte a esagerare con un revenge movie che cita Quentin Tarantino e John Carpenter e omaggia il cinema di arti marziali. Non dimentica di restituire uno spaccato sociale curioso, quello di una Piazza Vittorio multietnica, dove italiani e cinesi coabitano con altre culture. «Roma ti entra dentro, qui tutto è permesso e niente è importante. In Cina niente è permesso e tutto è importante», ricorda il capo della malavita cinese Mr. Wang, che si intenerisce solo nel guardare il figlio rapper. Due famiglie a confronto, tra canzoni d’annata e botte da orbi, omicidi cruenti e piatti al tè verde preparati con amore. La città proibita nel suo miscuglio di generi è un film caleidoscopico, ambizioso e risulta innovativo, ma saprà dividere: chi ne godrà appieno, finendo per tifare per la supereroina Mei e intenerirsi nel finale, e chi lo bollerà come un giocattolone ibrido poco riuscito. Una cosa è certa: tra mosse di arti marziali e pasta all’amatriciana, violenza efferata e fughe d’amore, non annoia mai.

 

Wired