Il tempo che ci vuole

Francesca Comencini

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Il tempo che ci vuole, diretto da Francesca Comencini, è un film autobiografico, infatti è un racconto personale di alcuni momenti trascorsi dalla regista con suo padre. Luigi e Francesca condividono la passione per il cinema, nonostante le diverse scelte di vita e i modi di stare al mondo.
DATI TECNICI
Regia
Francesca Comencini
Interpreti
Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano, Anna Mangiocavallo, Luca Donini, Daniele Monterosi, Lallo Circosta, Luca Massaro, Giuseppe Lo Piccolo
Durata
110 min
Genere
Biografico
Sceneggiatura
Francesca Comencini
Fotografia
Luca Bigazzi
Montaggio
Francesca Calvelli, Stefano Mariotti
Musiche
Fabio Massimo Capogrosso
Distribuzione
01 Distribution
Nazionalità
Italia
Anno
2024

Presentazione e critica

Un corridoio, come quelli che a Roma si trovavano in quasi ogni appartamento, non solo negli anni ’70. Una sorta di terra di nessuno in cui le famiglie si avventuravano nella vita collettiva prima di rinchiudersi nelle proprie camere, o in bagno se adolescenti, prima di ritrovarsi in sala da pranzo o in salone per i rituali che rendono una famiglia tale. Soprattutto la rendevano. In questo luogo non luogo ci affacciamo nella vita di un padre e una figlia, pronti a mettere in atto una coreografia lunga molti anni, “quelli brutti”, in cui le fragilità di una ragazza in procinto di diventare giovane donna si confrontano con quello che c’è fuori, con le tentazioni e le paure, mentre un padre vorrebbe continuare a proteggerla, a fidarsi di lei. Francesca Comencini riprende buona parte di questi momenti con la discrezione di chi li ha vissuti, ce li mostra a partire dall’altra parte del corridoio, mentre racconta la sua storia e quella del rapporto con il padre Luigi, nel passaggio in cui l’educazione alla vita di una figlia diventa una scintilla che porta all’innamoramento per il cinema. Una storia inevitabilmente sviluppata lungo l’immaginario di quel cinema che diventa salvifico e che ha rappresentato il terreno comune, seppure con visioni artistiche e un periodo storico molto diverso l’uno dall’altra. In questo film, il più intimo e personale e ci sembra il più riuscito della sua carriera, Comencini isola il rapporto a due, si allontana da un realismo in cui far progredire linearmente il tempo, assume la forma rapsodica di ricordi emersi ancora ben vivi dal mare di anni di vita vissuta. Lo sfronda dei personaggi di contorno e del resto della famiglia, per regalare momenti sospesi, passi a due fra una porta che si schiude verso l’ignoto e un’altra che sbatte al rientro, portando in dote l’ansia di chi attende e spera, confida che qualcosa cambi e gli inciampi di chi cresce si trasformino in esperienza e consapevolezza.

A sostenere questa storia sono due attori che occupano gli spazi che separano i protagonisti, finendo poi per riuscire a renderli terreno comune e complice e non di scontro, sono Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano, e sono semplicemente magnifici. Riescono a indossare i loro panni invernali, di fatto e nell’anima, con grande partecipazione emotiva, ma senza abbandonare una forma di timidezza d’altri tempi, una discrezione nella condivisione che strazia e conquista. Il tempo che vuole è una storia semplice – fin dal bellissimo titolo – di due persone che affrontano la fase più complicata nel rapporto fra un padre e una figlia, quella dell’autonomia e della creazione della propria personalità da parte di chi varca la linea d’ombra, e del lasciar andare senza poter più proteggere dalle proprie fragilità, per quanto riguarda chi da adulto si affaccia verso l’anzianità. Ci pensano momenti di ironia e disincanto a far superare la specificità della storia di quella figlia e di quel padre, rendendola universale come ogni superamento dell’adolescenza, filtrata dalla condivisione di tante altre storie viste o raccontate in quel cinema che rappresenta il momento di sutura delle ferite, di condivisione fra generazioni diverse se non opposte, spesso incapaci di dialogare o comprendersi. Quegli anni fatidici della storia d’Italia scorrono apparentemente sullo sfondo, pur impregnando abitudini e ogni tappa di questo viaggio plumbeo eppure liberatorio e salvifico come ogni rinascita.

Cominsoong

Un padre entra nel laboratorio di ceramica della figlia e la maestra gli consegna la statuetta di un cane. “L’ha fatto tutto la bambina?”, chiede il padre, sorpreso dalla qualità del manufatto. Quel padre è il regista Luigi Comencini, e in quel suo dubbio è contenuta l’insicurezza con cui sua figlia Francesca farà i conti per tutta la vita, nel confronto con un genitore gigantesco per talento, fama e personalità. Un genitore che per lei ha avuto tempo, ascolto e attenzione, come l’ha sempre avuto (anche nel suo cinema) per tutti i bambini, ma nel cui cono d’ombra Francesca si è mossa a disagio, sempre preoccupata di “essere in campo” al momento sbagliato, contemporaneamente visibile e invisibile ai propri occhi e a quelli di quel padre ingombrante e venerato.
Ci vorrà tanto tempo, e il passaggio (in ombra, appunto) attraverso alcuni anni difficili, perché padre e figlia trovino un rapporto meno sbilanciato e conflittuale, e perché Francesca diventi a tutti gli effetti “collega” di un artista che ha lasciato il segno nel cinema italiano.L’ottima notizia è che Francesca Comencini è diventata davvero una regista all’altezza di suo padre, e lo dimostra proprio con Il tempo che ci vuole, scavando a fondo e con efferata spietatezza in quel rapporto per lei così centrale e raccontandolo come se le sue sorelle e sua madre non esistessero. Comencini ricorda “come era esclusiva la tenerezza che univa” lei e suo padre, e come certi legami cancellino tutti gli altri intorno, o quantomeno vadano raccontati senza interferenze, ancorché amorevoli. Ed è significativo, cinematograficamente parlando, che Francesca sia tornata a raccontare suo padre in forma direttissima dopo averlo raffigurato in forma traslata in Le parole di mio padre come una figura elusiva e autoritaria, appoggiandosi a Italo Svevo per mettere in scena, timidamente e di sfuggita, il suo rapporto difficile con il patriarca Luigi. Oggi la consapevolezza adulta, forse anche la propria esperienza genitoriale, le permettono di affrontare di petto quella figura paterna che ha adombrato e allo stesso tempo illuminato la sua vita, e nel farlo la regista e sceneggiatrice riesce a raccontare la bellezza e complessità del legame fra un padre e una figlia, ma anche il ruolo centrale che il cinema ha avuto per entrambi, e nell’immaginario di noi spettatori. Il tempo che ci vuole è infatti attraversato dal cinema, non solo quello di Luigi e Francesca Comencini, ma anche quello di chi del cinema è stato pioniere, come Georges Méliès, e di chi l’ha saputo reinventare in Italia, come Roberto Rossellini.

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