Claude Lelouch

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Lino è un uomo che sta girovagando nel Nord della Francia. A ogni persona che gli concede un passaggio racconta di sé e della propria vita una versione diversa. Scopriremo progressivamente quale sia il suo reale passato e cosa gli riservi il prossimo futuro. Claude Lelouch (classe 1937) si è spesso immedesimato nei suoi personaggi trasferendo in loro le proprie vittorie e le proprie sconfitte sia nel campo professionale che in quello ancor più ampio dei sentimenti. Ed è proprio della follia dei sentimenti di cui Lino (uno straordinario Kad Merad disponibile a qualsiasi variazione di tono, anche la più sottile) è portatore (in)sano in quanto desideroso di ritrovare in sé quelle vibrazioni e anche quelle profonde contraddizioni che ha rilevato, immedesimandosi, in coloro per i quali ha prestato la propria opera (che ci verrà rivelato quale sia). Lino è di fatto Claude che nella vita ha sempre dichiarato di prediligere il lavoro del cuore a quello del cervello. Volendo alzare ulteriormente il livello si potrebbe affermare con Julio Cabrera che il suo nume tutelare sia stato quasi da sempre Schopenhauer con la sua visione del mondo come Volontà e Rappresentazione. Il lato meno razionale contrapposto a quello logico oppure la rappresentazione del versante oscuro dell’umanità rispetto a quello più aperto verso gli altri. Lelouch si trova da questo secondo lato della barricata anche quando propone dei drammi.
Se dovessimo pensare che da quando, nel 2019, abbiamo visto in Italia il suo I migliori anni della nostra vita sia rimasto inattivo ci sbaglieremmo. Nel frattempo ha girato altri due lungometraggi e un corto. Come sempre (o quasi) con l’occhio attaccato dietro l’oculare della camera (“perché Van Gogh non cedeva il pennello ad altri”) e con la partecipazione nei confronti degli attori a cui non fa leggere tutta la sceneggiatura ma che segue ovunque. Di lui Jean-Claude Brialy ha detto: “Come un amante appassionato segue in permanenza i suoi attori con la sua macchina da presa. È sempre con voi, vi sbagliate di porta, rientrate in un armadio a muro e la macchina da presa è già nell’armadio! E se questo imprevisto gli piace lo mette nel film.” In questa occasione il titolo potrebbe far pensare ad un’opera intesa come ultima ma il senso che lui gli dà non è quello. È semmai quel senso di liberazione che la parola contiene, quel ‘finalmente’ potersi esprimere senza quei vincoli che la società impone o cerca di imporre. In prossimità della fine se ne trova l’esempio più provocatorio e sottile. C’è però indubbiamente il piacere del citarsi, del ricordare, magari inserendo in un dialogo un titolo di un suo film, che la follia dei sentimenti è un’affezione che ben conosce e di cui non si vuole affatto liberare. Così come vuole tenere vivo il ricordo non solo di un attore ma anche di un amico chiamando il suo protagonista Lino e omaggiando in più di un’occasione il Lino Ventura protagonista del memorabile L’avventura è l’avventura (a tal proposito lasciate anche scorrere tutti i titoli di coda).
Ma, da uomo di cinema a 360° qual è, non cita solo sé stesso e le proprie opere. Ad un certo punto diventerà centrale un film di un altro autore. Sarà interessante e anche curioso scoprirne il perché.
È incredibile – se non esaltante e a tratti perfino commovente – come, a quasi 87 anni (li compie il 30 ottobre), Claude Lelouch continui a riporre una fiducia così radicata nei confronti del cinema. E come il cinema, in un’opera così prolifica e al contempo un po’ sottovalutata, si configuri mezzo elettivo e fine ineluttabile per mettere ordine al mondo, giocare con la vita, fare a nascondino con la finzione, fare pace con la realtà. Del venerato maestro – categoria alla quale appartiene, non fosse altro per l’anagrafe – Lelouch ha tutti i crismi: grandi successi alle spalle, premi internazionali e incassi notevoli nella fase di massimo splendore, la spericolata tendenza a sfidare convenzioni e stilemi, la spudorata convinzione che le aspettative stiano tale perché devono essere sovvertite, la capacità di lavorare con i cliché dicendo sempre qualcosa di personale. Lo sappiamo, l’ha detto, Finalement – presentato Fuori Concorso a Venezia 81, dove il maestro ha ricevuto il premio Cartier Glory to the Filmmaker – è il secondo capitolo di una trilogia con cui sta dicendo addio alla regia (almeno così dice, poi si vedrà). Ed è, inevitabilmente, una summa più che un bilancio di tutta una vita, il cinema che si infiltra nella realtà e la realtà che non può fare a meno del cinema, un testo aperto in cui confluiscono immagini, suggestioni, citazioni, suoni insomma ricordi di una carriera sessantennale.
La storia si configura quantomai come palinsesto emotivo, l’andirivieni tra ragione e sentimento è incessante, l’oscillazione tra raziocinio e follia disorienta, la leggerezza è un metodo che non si costruisce a tavolino. Lino Massaro, potente principe del foro (“La vita avrebbe bisogno di un avvocato”) che dopo un problema di salute perde l’equilibrio mentale e inizia ad avere un comportamento ingestibile, porta nell’onomastica il segno dell’omaggio, autobiografico ancorché collettivo: così si chiamava uno dei protagonisti de L’avventura è l’avventura, il personaggio di Lino Ventura per l’appunto, che con Lelouch ha lavorato anche in Una donna e una canaglia, dove divideva lo schermo con Françoise Fabian, qui madre di Lino. La novantenne Fabian, sempre splendida, è la presenza epifanica che definisce in modo addirittura inappellabile la vertigine di questo cinema riflessivo e mai compiaciuto, ammiccante eppure originale, audace e volutamente sfuggente nel definire i confini tra ciò che è vero o plausibile e quel che può accadere solo sul grande schermo.
E così quei due film mitici diventano parti attive del racconto, repertorio personale dei personaggi, capolavori che si riposizionano nell’immaginario interno come frammenti di home movies (o di memorie) che ci servono da un lato per comprendere la genealogia emotiva dei personaggi e dall’altro per leggere Finalement dentro un discorso più ampio, stratificato, profondo. È un po’ lo stesso meccanismo de I migliori anni della nostra vita, dove un uomo e una donna ovvero Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant ricostruiscono la storia di tutte le storie d’amore nella consapevolezza di essere non solo dei personaggi ma anche delle icone. A volerla sintetizzare, la trama di Finalement dice tutto e niente, il che permette di capire quanto il cinema di Lelouch, orizzontale per la sensibilità popolare e verticale per l’autorevolezza dello sguardo, sia arrivato a un punto in cui può astenersi dall’incasellare, rinunciare al dovere didascalico, pretendere che le linee procedano in modo retto anziché curvando. Come già nei suoi ultimi film, Lelouch prende per mano le presenze care del suo cinema, che siano quelle che hanno camminato a lungo con lui (Aimée e Trintignant o Johnny Hallyday, la stessa Fabian) o le più recenti (Sandrine Bonnaire, Elsa Zylberstein, Michel Boujenah, Clementina Célarié), e le accompagna in un gioco in cui riannodare i fili per slegarli un attimo dopo, trovando ancora una volta nella musica la chiave d’accesso per dare un senso all’incomprensibile. La folie des sentiments, appunto, come recita il sottotitolo iniziale poi messo da parte e come una delle canzoni che intona Barbara Pravi portando il film nel musical: che piacere, che levità, che spessore.