Familia

Francesco Costabile

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Luigi Celeste ha vent’anni e vive con sua madre Licia e suo fratello Alessandro, i tre sono uniti da un legame profondo. Sono quasi dieci anni che nessuno di loro vede Franco, compagno e padre, che ha reso l’infanzia dei due ragazzi e la giovinezza di Licia un ricordo fatto di paura e prevaricazione. Luigi vive la strada e, alla ricerca di un senso di appartenenza e di identità, si unisce a un gruppo di estrema destra dove respira ancora rabbia e sopraffazione. Un giorno Franco torna, rivuole i suoi figli, rivuole la sua famiglia, ma è un uomo che avvelena tutto ciò che tocca e rende chi ama prigioniero della sua ombra. Quella di Luigi e della sua famiglia è una storia che arriva al fondo dell'abisso per compiere un percorso di rinascita, costi quel che costi.
DATI TECNICI
Regia
Francesco Costabile
Interpreti
Francesco Gheghi, Barbara Ronchi, Francesco Di Leva, Marco Cicalese, Francesco De Lucia, Stefano Valentini, Tecla Insolia, Enrico Borrello, Giancarmine Ursillo, Carmelo Tedesco, Edoardo Paccapelo
Durata
124 min.
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Francesco Costabile, Vittorio Moroni, Adriano Chiarelli
Fotografia
Giuseppe Maio
Montaggio
Cristiano Travaglioli
Musiche
Valerio Vigliar
Distribuzione
Medusa
Nazionalità
Italia
Anno
2024

Presentazione e critica

Licia è una donna che si divide tra lavoro e figli. Suo marito Franco Celeste è appena uscito di prigione, ha provato ad evitarlo per via dei suoi atteggiamenti violenti senza successo. Nella sua vita ripiomba più volte, malgrado i tentativi di denunce e allontanamenti vari, e questo funesta la sua serenità e quella dei suoi due figli. In particolare Luigi, che sta prendendo una brutta piega: rincasa tardi la sera, frequenta neofascisti, è sempre di cattivo umore. Intanto la violenza in casa non accenna a diminuire.

È un film volutamente disturbante, l’opera seconda di Francesco Costabile. Un melò violento e claustrofobico con l’anima di un cupo thriller che getta lo spettatore in un’atmosfera carica di tensione, facendolo diventare membro esterno della famiglia che racconta.

Una famiglia altamente disfunzionale, dominata da un padre e marito violento e imprevedibile. Lo interpreta il sempre ottimo Francesco Di Leva, mentre la moglie, madre e vittima di violenza è la talentuosa Barbara Ronchi, per l’ennesima volta convincente. I figli non sono da meno, specie Luigi, interpretato superlativamente da Francesco Gheghi, fidanzato nel film con la brava Tecla Insolia. Insomma, gli attori sono il punto di forza del film, catturano il cuore dello spettatore con le loro performance viscerali catapultando nella tensione insostenibile di quelle mura domestiche, dove basta un niente per far esplodere la miccia della violenza più cieca.
Tratto dall’autobiografia Non sarà sempre così di Luigi Celeste (Piemme), è un film che ripercorre dolorosamente tutte le tappe di chi vive un incubo del genere: i figli bambini che si tappano le orecchie a vicenda (“Quando ci sono i rumori dobbiamo aspettare”), la cancellazione dello stato di famiglia, la denuncia, lo strappo emotivo quando tolgono i figli alla madre (la scena più straziante), la destabilizzazione di un’adolescenza vissuta con rabbia, l’incapacità di respingere il padre dei propri figli anche se è violento e la rassegnazione a prendersi le botte per tutti. In parallelo scorre sullo schermo l’adolescenza di Luigi e la sua adesione a un gruppo di estrema destra, la violenza che si eredita, come il carcere, e poi uno spiraglio di luce con una storia d’amore. Ma rischia di restare solo uno spiraglio: non a tutti è concesso il privilegio della serenità, specie se in casa ci sono continui episodi di sopraffazione e offese, tra botte e strangolamenti mostrati in primo piano. Un film che in alcuni momenti ricorda L’amore folle di Gilles Lellouche e che si rivela in grado di sconquassare il cuore e far entrare il pubblico dritto dentro quel tunnel da cui non sembra esserci via d’uscita. La sceneggiatura cede in alcuni punti, specie nel tratteggiare le donne come solo vittime o angeli con la mania di salvare/perdonare e gli uomini machi a confronto, concludendo poi che l’unica soluzione quando le istituzioni latitano è la giustizia privata, presentata persino come atto di liberazione. Ma davvero ci si libera dalla violenza solo attraverso la violenza, perpetrando modelli di mascolinità tossica pur di spezzare la catena di un incubo? Tratto come si è detto da una storia vera, il film ha il merito di mostrare con intelligenza tutta la complessità del denunciare e di tutte le sue sofferte conseguenze.

 

 

Mymovies

L’etimologia della parola “famiglia” è, com’è noto, latina, da “familia”, nome della prima declinazione. La sua evoluzione diacronica ha determinato uno slittamento semantico interessante fino al senso che oggi tutti noi gli attribuiamo. Originariamente, infatti, il termine “familia” indicava l’insieme di “famuli”, ossia gli schiavi domestici, tra cui anche gli stessi figli, soggetti al potere del “pater familias”. Un binomio, questo, particolare, che conserva una forma eccettiva del genitivo (“alla greca”), e che, come scriveva il giurista latino Gaio attorno al II secolo d.C., descrive la figura che è a capo non solo del fuoco domestico, ma che è anche depositaria delle memorie degli antichi; cioè, con i termini di oggi, del tempo passato. Nell’ultima pellicola di Francesco Costabile – Familia appunto, presentata in concorso Orizzonti a Venezia 81 -, il controllo del tempo, o la paralisi del tempo, da parte del padre è forse la cifra narrativa che ci guida tra i fatti realmente accaduti a Luigi Celeste, sua madre Licia e il fratello Alessandro.

(…) Quello del regista è uno sguardo che miscela oggettivo e soggettivo: guardiamo la scena dall’alto, come appesi allo spigolo del muro, grazie al grandangolo, quasi fossimo dei narratori esterni, fino a primissimi piani del padre – un’altra superba interpretazione di Francesco di Leva dopo quella in Nostalgia – e dello stesso Luigi detto “Gigi”, o, ancora, fino allo sguardo dritto in camera, che segna l’epilogo del film. È di grande impatto anche l’alternanza tra luci e ombre che domina la scena, tra interni quasi sempre luminosi, e un paesaggio notturno spesso animato da figure sfocate, che vivono nell’ombra della periferia romana. A livello fotografico, questa dimensione rarefatta, confusa, è rotta visivamente dalle scene in cui le coloratissime luci a led animano le inquietudini dei protagonisti. Per esempio, nella sequenza in cui Gigi e Giulia si ritrovano, dopo i nove mesi che il ragazzo ha scontato in carcere. Costabile, insomma, segue la proporzione del thriller-psicologico, e alla suspense sostituisce un ineluttabile senso deterministico delle cose.

Quartaccio, Tufello, La Rustica è la periferia dove Gigi (nella realtà, è la periferia milanese) cerca un’identità, un motivo di appartenenza. E in questo senso, il film di Costabile esplora dei temi sociali tanto attuali quanto drammatici. Il primo è appunto quello relativo al senso di protezione e fratellanza che Gigi, abbandonato a sé stesso, trova solo in un gruppo di nostalgici di estrema destra, che, de facto, sostituiscono l’assenza di quel cosiddetto welfare sociale che in casi come questo dovrebbe attivarsi, dal supporto psicologico agli assistenti sociali. Ciò che, d’altra parte, sembra funzionare in un primo momento: il secondo tema, infatti, è quello che concerne la protezione delle donne che denunciano. Il film, ovviamente, non ha il tempo di spiegarci perché, una volta che Licia denuncia il marito (e lui è allontanato) il tribunale le toglie i figli per quasi quattro anni; oppure come sia possibile che il marito riesca a ritrovare la moglie nascosta in una casa anti-violenza. Il terzo tema riguarda la scelta (o non-scelta) di Gigi di ammazzare il padre. Licia, nuovamente picchiata dal marito – che è tornato a vivere in casa, per provare a ricostruire una famiglia dopo un passato di abusi e violenze – non riesce a denunciare. In questo senso, Costabile è abilissimo nell’imbastire una dinamica psicologica che spinge in questa direzione, deterministica appunto, una sorta di necessità divina, che prevede l’uccisione del “pater familias” come unica via d’uscita, come l’evento che spezzerà la catena della violenza e permetterà a Gigi, alla madre e al fratello di depressurizzare la paralisi in cui vivono.

Infine, ed è forse il più grande merito teoretico di Familia, si imbastisce una domanda tra le righe della sua battuta più incisiva, quella tra Gigi e Giulia, quando lui la allontana, e le dice “non voglio che fai la fine di mia madre”. È un’auto-accusa, Gigi (che ha appena accoltellato un uomo in una rissa tra il suo gruppo di estrema destra e uno di estrema sinistra) ha paura di essere come il padre. Quindi, chi è vittima di violenza sarà a sua volta violento? Chi ha subito abusi, abuserà? È, tra le altre cose, il tema di uno dei casi di editoriali dell’anno, Triste tigre della scrittrice francese Neige Sinno, che racconta i ripetuti abusi sessuali subiti da piccola da parte del patrigno. Scrive Sinno: “I vari studi che ho consultato sugli aggressori sessuali indicano che circa il 20 per cento degli abusanti di bambini sono delle ex vittime. Questi studi indicano inoltre che il ciclo vittima-aggressore è soprattutto una convinzione fortemente nella popolazione, e che essere stati a propria volta vittime durante l’infanzia è sì un fattore di rischio, ma non una condizione necessaria sufficiente”. È un tema intricatissimo, in cui i fattori psico-sociali si intersecano tra loro. Il film di Costabile restituisce questa complessità; e porta in scena una storia necessaria (come si dice), in cui il cinema dà forma a una sostanza drammatica, e l’immagine diventa strumento di denuncia e liberazione.

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